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L'enologo Nicola Centonze su La Repubblica
L'irresistibile ascesa degli enologi siciliani "Richiesti oltre lo Stretto"

di MARIA ANTONIETTA PIOPPO - La Repubblica

La Sicilia del vino è pronta a giocare una nuova partita. E questa volta i protagonisti sono gli enologi made in Sicily, oggi sempre più richiesti dalle varie aziende vinicole della nostra regione e anche oltre lo Stretto. E se prima i produttori di vino prediligevano gli ‘outsider', con nomi di enologi blasonati, oggi la scelta di mercato, ricade sempre di più sulle professionalità del luogo. E così ecco i nostri wine maker acquistare sempre più prestigio e valore. Sono bravi, preparati, mediamente giovani e soprattutto hanno maturato esperienza con un approccio sempre più aperto al dialogo con gli stessi produttori.

Partiamo dall'Etna, che oggi fa la parte del leone dal punto di vista vitivinicolo. Qui la presenza di un enologo Salvo Foti, ha fatto la storia di questo territorio, seguendo diverse cantine, dalla storica Benanti, fino al progetto dei Vigneri, Gulfi, e altre ancora. È il "regista" che ha vissuto l'evoluzione dell'enologia siciliana, che ne ha carpito i segreti e le potenzialità cercando di non seguire le mode, ma al contrario di "dettarle", puntando sull'identità di ogni vitigno e alla sua vera espressione, come lui stesso afferma. «In questi anni è cambiato il modo di percepire il vino da parte dei siciliani -spiega- e oggi si ha più cognizione delle nostre risorse. Se guardiamo al passato, la tendenza era di fare vini di massa. Poi c'è stato un tentativo di ‘copiare' i vini che si facevano in tutto il mondo e adesso finalmente siamo consapevoli che quelle che devono essere espresse nel vino sono le caratteristiche intrinseche del vitigno e soprattutto - conclude Foti - il vino deve essere specchio non solo del territorio ma degli uomini stessi che lo producono, poiché è un fattore legato alla civiltà».

Da Oriente a occidente, in territorio trapanese, troviamo un'"attaccante", Lorenza Scianna, una tecnica studiosa e appassionata della materia, consulente dell'azienda Fondo Antico, che spiega come le potenzialità inespresse della Sicilia, siano in realtà racchiuse nei vitigni ‘reliquia' impiantati grazie alla ricerca, perché non selezionati dall'uomo in passato. «Durante la fase di addomesticazione – spiega in modo preciso – ovvero nel momento in cui l'uomo ha scelto quali tipologie di vitigno coltivare, queste varietà non sono state prese in considerazione. Oggi, in un momento in cui si punta all'autoctono e al rapporto tra il vitigno e il territorio, sarebbe interessante riportarle alla luce. Esiste un campo sperimentale a Biesi, nel Marsalese, dove si trovano i vitigni ‘reliquia', che rappresentano un patrimonio genetico notevole per la nostra regione che così potrebbe ampliare la propria piattaforma ampelografica». «Infine - conclude la Scianna - noi siciliani non riusciamo ancora a legare il vino al territorio. Quì come in poche regioni al mondo c'è spazio per un enoturismo di qualità, che potrebbe coinvolgere grandi e piccini in alcune attività. Il vino può e deve diventare il nostro fiore all'occhiello». A sostenere la stessa tesi, dal territorio agrigentino, è il "mediano" Tonino Guzzo, consulente tra le altre per le cantine CVA Canicattì e Castellucci Miano. La sua scommessa è quella di portare sempre più in auge il Catarratto, il vitigno più coltivato in Sicilia, ma meno valorizzato. Per lui questa tipologia è l'emblema della tradizione vitivinicola della nostra regione e quindi va sempre più considerato dai produttori. «La Sicilia deve trovare il futuro nel suo passato e questa varietà – spiega Guzzo – è solo un esempio di tutto il patrimonio che possiamo ritrovare in Sicilia».

Per il portiere Vincenzo Bambina, tra le cui cantine citiamo Tornatore sull'Etna, Manni Noessing in Trentino e Statti in Calabria, la svolta enologica della Sicilia dipende da una mancanza culturale e non solo dal punto di vista vitivinicolo, ma ad ampio raggio. «Avendo vissuto e lavorato anche fuori dalla Sicilia – spiega – ho potuto notare le differenze nell'approccio a questo mestiere e oggi più che mai ritengo indispensabile una crescita di tutto il comparto vinicolo, e mi riferisco non solo alla mia categoria, ma anche agli imprenditori, ai produttori e a tutti coloro che operano sul territorio. Ancora oggi si tende a emulare gli altri, quando basterebbe dare identità alle diverse aree vocate. È facile dire che in Sicilia si fanno i vini buoni, è più difficile fare vini che lo comunichino e che siano sempre più riconoscibili dal consumatore finale, in Italia e all'estero e per fare questo ci vuole studio, cultura e grande impegno. L'imprinting che può dare la terra non lo può dare nessuna formula di marketing».

Sul ruolo dell'enologo interviene il "tornante" Nicola Centonze, consulente di alcune cantine, tra cui Barone di Serramarrocco, Judeka e La Costa in Brianza: «Oggi il nostro ruolo deve essere ridisegnato e rivalutato. Spesso le aziende si affidano a chi non ha le giuste competenze enologiche o, peggio, al fai-da-te... Credo che si sia passati da un eccesso a un altro e che oggi più che mai bisogna trovare la giusta dimensione». Centonze spiega come l'enologo oggi venga definito quasi come un ‘piccolo chimico' e come una figura di cui le aziende possano fare a meno, complice forse la tendenza a lasciare a fare vini sempre più ‘naturali' e meno ‘costruiti'. «Quando si lavora – conclude Centonze – bisogna pensare a interpretare bene la filosofia aziendale e a rispettare il consumatore. Il nostro intervento non deve essere atto a stravolgere la natura del vino, bensì a valorizzarla».

Chiude con un'azione perfetta al rilancio, l'allenatore super-partes, il professor Attilio Scienza, accademico e studioso della viticoltura nazionale e internazionale. «La conoscenza e indispensabile per lo sviluppo – dice – ecco perché gli enologi devono sempre aggiornarsi e studiare. Inoltre la Sicilia deve dotarsi di un centro di sperimentazione. È fondamentale avere dei luoghi per fare ricerca e formazione ad alto livello, considerando le risorse naturali straordinarie che questa regione ha. Si dovrebbero cominciare a coltivare le antiche varietà ritrovate per dare un taglio diverso ai vini. E, poi, sarebbe necessario avere una gestione organica dei dati che ogni singola azienda registra riguardo alla vendemmia, alle curve di maturazione, ecc., questo faciliterebbe anche le previsioni a breve e a lungo termine, considerando anche i futuri cambi climatici». Così, guardando quest'appassionante partita, iniziamo a scommettendo sulla nostra Eno-star preferita.


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